mercoledì 8 febbraio 2012

MOLLARE IL LAVORO

Non starò a dilungarmi né su quanto il sistema italiano tuteli lavorativamente la donna in gravidanza né su quanto poco accordi ad una donna la possibilità di vivere una serena maternità dandole la possibilità anche di sentirsi appagata in ambito lavorativo. Io ho avuto un'esperienza negativa ma molte mie ex colleghe non la pensano così. Riescono a farcela senza sentirsi distrutte e senza avere nel cuore la continua sensazione di fare qualcosa di sbagliato. Io le invidio perchè non sono stata capace di piegarmi a certi atteggiamenti, di farmeli scivolare addosso. Ho sempre paragonato ciò che di stupido e superficiale venisse fatto al lavoro, a ciò che stavo togliendo a mio figlio.

Ho mollato prima di tutto perché me lo potevo permettere e questo non è certo da tutti. Ho mollato perchè volevo un altro figlio e perchè volevo avere tempo da dedicare alla mia famiglia, magari trovando qualcosa di appagante da fare tra le mura domestiche, come questo blog. Ho mollato perché la mia vita era così: sveglia, corsa all’asilo, corsa al lavoro, nuova corsa all’asilo, nanna del bambino (che non sempre era di ottimo umore e non sempre voleva andare a letto immediatamente), controllo continuo dell’orologio per evitare anche un solo minuto di ritardo, appena addormentato il pupo corsa in ufficio, alle 18-30 (con il senso di colpa nel cuore di lasciare le persone in ufficio mentre io me ne andavo, nonostante non sia praticamente mai uscita da quella gabbia senza aver portato a termine ciò che dovevo fare) corsa a casa per poter far giocare 10 minuti mio figlio, per fargli il bagno, per dargli da mangiare, per farlo giocare di nuovo e per metterlo a letto. Alla fine non avevo nemmeno la forza di ordinare una pizza, non avevo tempo di parlare con mia mamma, con mio padre o con mia sorella. Sentivo le amiche solo via mail e se proprio non ero distrutta accettavo di mangiare fuori a un ristorante, con il rischio che la mia testa cascasse nel piatto da un momento all’altro! Certo, lasciare con un bambino già così grande sembra strano ma l’aver affrontato alcune esperienze poco piacevoli mi ha fatto capire l’importanza di stare accanto a lui. Solo ora mi rendo conto di quante cose ho perso lo scorso anno, di quanti sorrisi non sono stata partecipe, di quante volte, malato e bisognoso, facevo in modo di fare alla svelta perché il senso del dovere mi riportava in ufficio. Ora il mio senso del dovere è verso mio figlio ed è giusto che sia così. Ora quando gli chiedo un bacio corre verso di me a braccia aperte e mi bacia più volte abbracciandomi (prima si girava dall'altra parte), è meno capriccioso, più solare, meno cupo. Mi sento più sicura ad occuparmi direttamente della sua educazione: istruire qualcuno a farlo o delegare i nonni non è certo la stessa cosa. La madre perde anche di credibilità e serietà! Se sono obbligati ad obbedire a qualcuno di diverso dai genitori tutto il giorno, quando mamma e papà intervengono non hanno più l'autorità necessaria oppure fanno solo la parte dei cattivi.

Comunque appena lasciato il lavoro mi ripetevo le motivazioni che mi avevano indotto a fare questo passso come un Mantra per autoconvincermi di avere fatto la scelta giusta. Solo ora so di non sapere. So che non so se affrontare la vita senza un vero lavoro sarà per me possibile. Ma ci voglio provare. E tutto quello che scrivo e che sento di dover scrivere nasce dal desiderio di far capire che essere madre oggi non significa per forza dover far valere se stesse anche al lavoro altrimenti si è delle fallite (se state a casa 1 settimana vedrete quante cose avrete da fare! LA giornata è ancora più impegnata di quando si è a lavorare!), con  le amiche o nella vita sociale. Essere madre significa aver dato la vita ad un piccolo essere umano e non lo si fa per farlo crescere da qualcun altro: lui è tuo e tu sei sua. Nessuno sarà mai la sua mamma, se non tu. Questo è il vero valore della vita.


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